Epitaffio (parte prima)

Potessero questi titoli che uno si è guadagnato in vita essere trasposti sulla lapide funeraria!
Martino Verzelloni 1912-1984 * PARASSITA
Severina Cantadopo 1946-1999*
FARABUTTA
Isacco Pastiglioni 1976- 1990*
DELETERIO A SÉ
Ritanna Schiaffoni 1956- 1978*
POPOLANA
Sergio Schifanoia 1987- 2011*
BUCO NELL’ACQUA
Dorina Parti in Piscina 1911- 1956*
UBRIACONA

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Titoli

La maggior parte dei libri ha un titolo, come avviene per la maggior parte degli uomini. Il titolo viene dato, nei casi cartacei, dall’autore; nei casi carnali, invece, proviene dal lettore: da chi ogni giorno ci scruta e tenta sempre con poche parole di definirci. Solitamente il nostro titolo rimane segreto, chi ci osserva per pudore non ce lo rivela quasi mai, anche se siamo con lui intimi e domestici. Magari può uscire fuori in un momento di rabbia, in un banale alterco: quello “Stronzo!” che così bene ci rappresenta.

La grande fascinazione

I libri gotici sono un covo di suggestioni. All’inizio ve n’è una piccola, quando la protagonista viene ripresa da qualcuno con la classica frase: “Cara, non preoccuparti, è stato solo un momento”. Solitamente dopo poche pagine questo “scherzo della mente” diventa grande, tante altre forti impressioni conducono alla fascinazione. Nel cuore e nel cervello dell’eroina del romanzo gotico entra una perturbazione; qualcosa che ipnotizza e che la porta a sognare azioni mai immaginate; vi è un incontro con un’entità  che è venuta per possederla.
Tutti i lettori, anche quelli di romanzi rosa, sanno che questo è il medesimo meccanismo che li porta a terminare un’avventura libresca: la grande fascinazione che era iniziata con una piccola suggestione (il titolo probabilmente).

Il maestro Margherita

“Il maestro Margherita” è un appunto che mi sono fatto su un foglietto, doveva servire per un piccolo racconto del quale ormai ho un ricordo inesistente a proposito della trama. I più avranno intuito che l’idea nasce da un’opera di Bulgakov; doveva essere una parodia di questa, dove togliendo la “e” nel titolo il maestro assume un nome femminile e atroce. Niente di geniale, probabilmente ero in giro e mi è venuto in mente questo gioco di parole, magari non ho nemmeno realmente avuto una storia in testa ma solo un’immagine. Non so. Ora penso che, forse, pure Dio ha di noi animali un biglietto in tasca, lo legge… ma non ne ricorda la storia e per lui siamo solo un ricordo, una suggestione.

Le vite degli altri

Venezia fu cruciale per la vita di Giordano Bruno; in questa città venne denunciato per eresia e poi condotto a Roma dove, dopo un processo fatto di tentennamenti, venne messo al rogo terminando così la sua opera di divulgazione culturale anticonformista. Il suo pensiero illuminato fu visto come una minaccia al potere, in un’epoca dove fiorivano, in ogni dove, eresie e scismi protestanti, quell’uomo andava fermato. La sua morte fu una decisione presa di malavoglia perché divenne un novello Cristo e la Chiesa come apparato gerarchico odia tutti i suoi santi in quanto irraggiungibili nella scala delle virtù. Bruno è tuttora l’esempio contemporaneo più potente del Maestro, di colui che conosce perché ha criticato il mondo e i suoi errori, pagando con la propria vita.

Venezia

Venezia è un scrigno che contiene i miei ricordi più preziosi; li ho nascosti, ormai, persino a me stesso tanto sono importanti. Non ricordo neppure in quale cassetto della memoria giacciono, in quale abisso si sono incagliati. Se dovessi, un giorno, avere la faccia tosta di scrivere una vera autobiografia, l’unico monito che mi darei sarebbe: “Non scrivere mai di Venezia! Inumidisci il racconto parlando di altri canali, fai smarrire il lettore in altri vicoli. Non dire nulla di questa città”.
Esistono luoghi dentro di noi che abbiamo affondato, che ricordiamo di non ricordare. Per non perderli.

Ciao

Fa ancora parte di me un motto sempliciotto che mi venne a visitare quando avevo sei anni: “Sono contento quando mi trattano bene perché, così, anch’io posso trattare bene gli altri”. Questo pensiero può sembrare una derivazione dell’educazione cristiana che ho ricevuto, forse in parte è vero; riguarda però qualcosa di maggiormente profondo ma banale: la consapevolezza di trattenere a stento nell’anima un lato in ombra, la faccia del dado che rimane appiccicata alla superficie del tavolo ma che serve da appoggio all’oggetto e quindi permette il gioco (tanti sono i giochi che utilizzano i dadi per far avanzare gli eventi). La faccia buia e antisociale.
Ho provato in qualche caso a tradire questa parte d’anima ma ho poi avuto la sensazione di esser diventato uno schiavo, il numero esposto del dado.
Ecco perché ogni volta che sento “ciao” mi viene un sobbalzo, questa parola è la contrazione del saluto in dialetto veneziano che tradotto in italiano diventa “schiavo vostro”.

L’ombrello nero

Il temporale scoppiò davvero e non fu per colpa del mio ombrello nero ma fu dovuto ad una perturbazione di origine balcanica che colpì Rimini nel pieno di quella giornata. Navigai, quindi, dentro ad un paio di scarpe già zuppe di pioggia sul lungomare, alla ricerca di un albergo dove far domanda di lavoro per la stagione estiva; ben presto mi accorsi che, praticamente, erano ancora tutti chiusi e momentaneamente in malora, abbandonati a se stessi in attesa di quegli operai che in poche settimane li avrebbero resi splendenti per i primi pallidissimi clienti. Abbacchiato nel senso etimologicamente più stretto del termine, come un frutto caduto a terra, decisi di ritornare in stazione per prendere il primo treno che mi avrebbe riconsegnato a casa; vidi però una piccola pensione probabilmente a conduzione familiare. Mi ritornò il sangue nelle vene e il coraggio mi abbracciò come un padre, superai il giardinetto, entrai nella misera reception, suonai il campanellino e dietro di me qualcuno disse: “Alla fine ce l’hai fatta a far piovere con quell’ombrello nero, eh! Comunque non siamo aperti. Ciao”.

Il vacante, altrimenti detto eroe romantico

Rimini è il luogo dove si va in vacanza, dove va chi è vacante. Succedeva così che in un momento della mia vita mi trovassi nella condizione di non avere un impiego; ce ne sono stati diversi di questi momenti nei quali con spirito romantico sono andato in cerca di mestieri improbabili. Il Romanticismo è come una malattia banale, non vi è una costruzione esistenziale coerente come avviene quando ci piglia l’accidente dell’influenza; naturalmente questa strada dorata la si percorre soli e si cerca in ogni paesaggio, anche umano, il senso del proprio divenire. Andavo così alla ricerca di un lavoro stagionale nella capitale europea del divertimento, cercavo un albergo nel quale lavorare; cercavo gente e situazioni cavalleresche: la principessa e il drago. Trovai invece una giornata di pioggia, un mare brodoso e pallido, un bar frequentato da sfaccendati che mi chiesero: “Quell’ombrello nero lì serve a portare sfiga?”.
Trovai anche altre suggestioni che tra poco racconterò.

 

Destinazione Rimini

Dal diario della Signora Gemma Cavenaghi:
“15/06/2002
Mi sono messa il vestito che mi ha regalato mamma, ma ho paura che queste scomode poltrone del treno me lo stiano sgualcendo irrimediabilmente. Sto andando a Rimini per l’ennesima volta con la speranza di non doverci tornare più. Spero che Franco capisca che non siamo fatti l’una per l’altro e che non può permettersi di chiamarmi quando ne ha voglia e si sente solo. Franco è proprio un vero figlio unico e da quando quel mostro di sua madre è morta, mi tratta come se in una qualche maniera toccasse a me sostituirla. Ci manca solo che gli scappi ancora detto “Senti mà”, se lo fa ancora gli levo gli occhi dalla faccia… i suoi begli occhi. C’è caldo su questo treno che viaggia lento e mi mette angoscia. Nel mio scompartimento c’è un ragazzo che legge duro, un librone che ogni tanto chiude e che sembra scritto fitto fitto. È vestito sportivo, piuttosto male e ogni tanto si alza e va a fumare. Mi dice sempre: “Scusi signora” e poi sparisce per un po’, quando torna si rimette in pace col suo libro. Ogni tanto mi guarda placido soprattutto quando ci fermiamo in qualche stazioncina, ma per la maggior parte del tempo si perde tra il libro e il paesaggio. Franco non lo farebbe, parlerebbe per tutto il tempo guardandomi con gli occhioni spalancati.
Siamo arrivati a Rimini e il ragazzo si scusa per l’ultima volta e  mi apre la porta dello scompartimento lasciandomi passare per prima. Franco sarà ad attendermi?”
Esco dal diario di Gemma per sottolineare che quel librone andava quel giorno a Rimini in mia compagnia e che ho la cattiva abitudine di scusarmi e di guardare il paesaggio.